Scriveva Eco che la differenza tra apocalittici e integrati e significativa: lo è in presenza di tempi difficili come delle grandi innovazioni tecnologiche. Facebook non è nè l’una nè l’altra cosa, è semplicemente un software di rete molto utilizzato.
Nasce per fare profitto? Certamente. Vi obbliga a lasciare sul sito dati personali puntandovi una pistola alla tempia? No.
Leggevo questa traduzione di una inchiesta del Guardian (Link trovato qui. Beh, apocalittica è dire poco.
Nemmeno giusta, nel senso anglosassone di fair, a mio avviso.
Quello che è certo è che i nuovi media pongono seri, serissimi problemi di privacy, ai quali bisognerebbe rispondere con l’educazione piuttosto che con la proibizione. Imapare a gestire i propri dati personali dovrebbe essere insegnato a scuola.
Io, personalmente, non credo alle posizioni estreme: Facebook (ma anche gli altri servizi sociali) non è un ente benefico. E i bar, che hanno contribuito con il concetto di caffè ottocentesco a creare l’opinione pubblica (Habermas docet) non erano enti benefici ma realtà nate per il profitto.
La domanda che dobbiamo farci è: come usiamo Facebbok? Siamo in grado di navigarci dentro, conoscendone i rischi, oppure ci affidiamo fideisticamente ad una intelligenza esterna?
Io sono spaventato da Facebook, certo, ma lo sono soprattutto per la qualità delle conversazioni e il richio che diventi un semplice amplificatore di concetti banali.
A tal proposito di posto uno screenshot secondo me illuminante:

Se i social media diventano un luogo dove il massacro della lingua a la riproposizione dei paradigmi televisivo sono imperanti allora perdiamo un’occasione di creare una nuova opinione pubblica.
“How to do things with words” diceva Paul Grice, la ia proposta è di cominciare a comporre un “How to do things with social media”.
Non c’è da stupirsi però dell’articolo del Guardian. In fondo c’è sempre chi dice che la lingua è strumento della classe dominante e degli imperialisti.
Hard rain gonna fall on Facebook experince.
luglio 10th, 2009
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