Da Copparo a Cupertino

Per chi ci segue con attenzione questa non è una novità, stiamo cominciando a sviluppare applicazioni per iPhone registrate sull’iTunes Store. Per chi invece è più distratto allego il comunicato stampa che faremo girare in questi giorni, in modo da informare quanti più interessati possibili di questa nuova, eccitante, opportunità.

Kuva srl, agenzia di comunicazione con sede a Copparo, Ferrara, propone applicazioni per iPhone registrate sull’iTunes Store a prezzi convenienti e condizioni contrattuali chiare.

Le app proposte da Kuva sono rivolte agli eventi, alle radio, per le news e l’informazione, il retail e l’impresa, a costi convenienti e condizioni contrattuali chiare.

Le app di Kuva sono dinamiche: i contenuti possono essere aggiornati direttamente da un sito web o dal pannello di amministrazione dell’app stessa: possono contenere testi, foto, video, mappe, agende: sono uno strumento rivoluzionario per la comunicazione esterna e si stanno affermando sempre più per la comunicazione interna.

Aggiornare l’app che vi fornisce Kuva è semplicissimo: nei pacchetti proposti è compresa la formazione necessaria per farlo.

E si può fare da un sito web aziendale (se è un sito dinamico) o dal back office dell’app stessa.

Kuva può, inoltre, creare i contenuti necessari per alimentare l’app. La natura di agenzia di comunicazione, infatti, mette l’informazione al centro dell’interesse. Sono i testi, le foto e i video, coordinati da un design di impatto, gli elementi che catturano l’interesse degli utenti e restituiscono a pieno l’identità aziendale.

Le app di Kuva hanno un forte legame con i social network, in particolare con Facebook e Twitter, offrono contenuti georeferenziati e possono inviare agli utenti notifiche push. E funzionano perfettamente anche off line.

Perché sviluppare un’app per iPhone?

L’Italia è il Paese europeo con la maggior penetrazione degli smartphone.

Sono più di 3 milioni i dispositivi Apple presenti in Italia, 120 milioni nel mondo, mentre vengono scaricate circa 200 app al secondo.

Il 70% circa del traffico dati mobile è infatti generato da iPhone.

Chi usa un iPhone ha un numero di app installate doppio rispetto a chi possiede un telefono con sistema operativo Android.

Gli utenti iPhone sono per il 53% utilizzatori intensi cioè usano le funzioni smart almeno una volta al giorno, mentre il 29% sono medi utilizzatori [usano le app almeno 2 volte a settimana]. Sono questi i motivi per cui un investimento in un’app iPhone è un investimento imprescindibile in una logica di marketing innovativa e accurata. Il target è un cliente attento, disposto alla spesa per tecnologia e innovazione, che acquista uno smartphone principalmente per il lavoro e lo usa sfruttandone tutte le potenzialità. Il cliente ideale per le realtà imprenditoriali più dinamiche e interessanti.

Il sito web di Kuva: http://www.kuvacomunicazione.it

Il sito dedicato alle app iPhone: http://www.kuvapp.it

Di FIAT, di innovazione e di altre sciocchezze

Tranquilli, non discuterò in questo luogo delle polemiche che hanno accompagnato il referendum sul contratto di Pomigliano e Mirafori, la querelle tra Marchionne e FIOM, sebbene abbia opinioni molto forti in proposito. Ma è mia intenzione sottolineare come la nuova gestione FIAT abbia segnato un enorme cambio di passo rispetto alle precedenti. Un cambio di passo che ancora non si vede sui modelli e sulla gestione del business tradizionale, si intravede nelle questioni societarie (la scissione in due holding: FIAT Spa e FIAT Industrial), si fa lampante a chiunque segua la comunicazione non solamente attraverso la TV.

Se già la campagna tradizionale per il lancio della nuova Giulietta era già qualcosa di notevole, gli aspetti innovativi di FIAT nella gestione del web 2.0 sono praticamente unici.

Vi consiglio di partire da qui, per cominciare ad esplorare la galassia di FIAT sul web. Un panorama ampio, che fa grande uso di contenuti di qualità, integrandoli con spazi di conversazione che vanno da Facebook e Twitter, da YouTube a Flickr, fino a FriendFeed.

Senza contare lo sviluppo di comunità specifiche, dedicate alla Bravo e alla Punto che forniscono luoghi di incontro tra gli appassionati delle auto e chi le ha progettate e realizzate.

Ma è sulla saggezza delle folle (crowdsourcing) che FIAT ha dato il meglio di sé: citata da Mashable, vera e propria bibbia del social media marketing, la campagna per la realizzazione, attraverso il contributo degli utenti, della nuova auto brasiliana Mio, è analizzata anche da thenextweb.com con considerazioni non banali:

Crowdsourcing opinions forces companies to listen to all feedback, particularly the negative, and deal with truths about how the consumer sees the brand[...]

Le opinioni delle folle costringono le aziende ad ascoltare tutti i feedback, in particolare quelli negativi, e venire a patti con la visione che i consumatori hanno del brand[...]

Certo, fa impressione leggere nell’articolo che Fiat, Brazil’s most popular automotive brand (traduco: FIAT, il più noto marchio automobilistico del Brasile) ha chiamato a raccolta gli utenti per sviluppare insieme a loro il nuovo modello. Del Brasile. Non dell’Italia.

Marchionne ha ragione nel dire che ormai la storica Fabbrica Italiana Automobili Torino sia un marchio internazionale. In era di globalizzazione credo che la sfida politica, sindacale e di innovazione sia di tenerci stretto un marchio e una storia importanti. Molto importanti e temo sempre meno italiani.

Il rifiuto dell’inglese e l’arretratezza italiana

Molti sono convinti che la fine di Berlusconi rappresenterà la rinascita del paese. Io sono convinto che si sbaglino. Ma non starò ad argomentare questa mia affermazione, ci sarà tempo e modo.

La fine, indecorosa comunque vada, del berlusconismo rappresenta la scomparsa di un sintomo canceroso, ma non di uno degli aspetti più gravi della malattia: quello di una arretratezza endemica del nostro paese. Siamo contrari all’innovazione, inerti, sempre tesi a conciliare spruzzate di novità con la sicurezza del già visto. Non scrivo il post per attaccare un pippone, quanto piuttosto per fare alcune considerazioni sull’uso della lingua inglese in italia.

Ne parlavo in un articolo qualche giorno fa, chiamato provocatoriamente Quora in italiano. Sono arrivati in molti sul mio blog, attirati dal miraggio del titolo. Tutti a parlare di Quora, il nuovo social network di domande e risposte, e tutti gli italiani a cercare come poter usare quel servizio nella loro lingua. Forse sono troppo duro, ma non credo.

Altro sospetto a sostegno dello scarso uso dell’inglese in Italia è dato dalla comunità dei blogger. Seguo più di cento blog legati bene o male alla comunicazione. Bene, il buzz più forte si sente quando una notizia viene data dal Corriere o da Repubblica, piuttosto che da qualche punto di riferimento americano, inglese, europeo (e ce ne sono, specie in ambito social media, web, tecnologia).

Non è questione di essere esterofili… è solo che sembra davvero che le fonti in inglese vengano scarsamente considerate, ma, guardando alla grande affidabilità delle stesse, c’è fondata ragione di sostenere che la scarsa considerazione sia data da un fattore linguistico (leggasi mancanza di voglia e conoscenza, non certo da un patriottismo per il quale l’Italia non ha mai brillato).

L’innovazione di cui tutti parlano passa anche da qui, dal trovare informazioni in una lingua che non è quella di Dante.

Per quanto mi riguarda cancellerò dal mio rss reader i megafoni che amplificano i quotidiani italici, e d’ora in poi, farò un’accurata selezione delle fonti nostrane, concentrandomi di più su quanto accade oltremanica o oltreoceano. Credo che questo farà bene a me e alla nostra azienda e ci consentirà di innovare un po’ di più.

Sia chiaro, non voglio dare colpe. Non ai blogger, nè ai giornalisti. Forse le vorrei dare alla scuola che non forma, alle istituzioni che non istituiscono un bel niente. O più in generale alla pigrizia di alcune persone. Ma se guardiamo il disastro del nostro paese, vien da pensare che la pigrizia sia carattere ben saldo di un numero ben più consistente di alcune persone.

Diventa un fashion designer grazie alla rete: Garmz.

It takes a model to beat a model – diceva l’economista Robert Lucas. E’ proprio questa la sintesi ultima con la quale possiamo sfidare il sistema tradizionale di corporation e mega-imprese. Infatti, una vera strategia non è una vuota protesta, come in modo malsano fa chi pretende di essere realista chiedendo l’impossibile; il vero modo di attaccare certi mercati è muoversi all’interno dei mercati stessi, con stretegie innovative e strumenti nuovi.

Oggi voglio dire qualche parola su un sito che ha un paio di anni, è nato in Europa e diventerà la nuova frontiera del crowdsourcing: Garmz.

Questo particolare social network consente infatti agli aspiranti e alle aspiranti designer di moda di mettere i propri modelli in condivisione: di mostrarli e di farli votare. Non un semplice gioco però, perché i modelli meglio votati dalla comunità finiranno in produzione e saranno acquistabili. Profitti divisi tra sito e designer, eliminando quell’enorme carrozzone chiamato moda: come dicono i creatori del sito, quelle multinazionali prive di reale creatività.

Se questo sarà il futuro della moda non lo so… certo è che questa è una sfida reale, giocata secondo le regole del mercato, resa possibile da quella cosa cattiva chiamata globalizzazione.

Un nuovo modello per sconfiggerne uno vecchio: saranno i consumatori a decidere. Nessun obbligo, nessuna forzatura. Se crediamo che le persone siano più creative delle multinazionali diamo una possibilità a Garmz e a strumenti simili. Non esistono grandi vecchi che decidono per noi, esiste solo una forza brutale, quella dell’inerzia: di solito facciamo come abbiamo sempre fatto. Ma dobbiamo ricordare che se non lottiamo contro l’inerzia e ce ne lamentiamo solamente le cose non cambieranno davvero mai.

Ps. Visto che non lo sono me lo dovrete dire voi. Ma Garmz può essere una risorsa per i fashion addicted?

Quora in italiano

quoraAvevo promesso parole ed ecco che, dal venerdì casual di Kuva, queste arrivano. Quora è il social network più chiacchierato degli ultimi tempi. Nato più o meno un anno fa, ha catalizzato l’attenzione degli addetti ai lavori con la promessa di diventare una sorta di serio Yahoo Answer, un social molto ben conosciuto e non necessariamente ben frequentato. Infatti il pubblico dello storico servizio di Yahoo è molto giovane e l’organizzazione degli argomenti decisamente rumorosa.

Quora, con il suo aspetto sobrio e la mission di fare ordine, potrebbe trovare uno spazio importante per chi cerca risposte e trova che il crowdsourcing possa fornirle.

La mia esperienza con Quora è piuttosto limitata, per ora, ma voglio evidenziarne alcune caratteristiche. La prima è che parte del successo deriva dal meccanismo degli inviti: non si può accedere se non invitato da un utente. Questo ha aiutato il buzz attorno al sito, recuperando il vecchio meccanismo di promozione a là Gmail. In realtà io ho trovato un modo diverso di iscrivermi: accesso mobile (grazie Iphone) e Facebook connect. Così ho ottenuto anche l’accesso via web e posso invitare le persone ad utilizzarlo.

La sorpresa è che i temi che seguo in automatico sono legati alle mie preferenze di Facebook: Quora infatti utilizza le pagine che mi piacciono per farmi seguire le discussioni (social media e tecnologia, serie tv e musica, per quanto mi riguarda).

La seconda caratteristica da evidenziare è che Quora è anglofono. Spulciando tra le discussioni ufficiali ho visto che si tratta di un argomento molto dibattuto: per ora, infatti, i creatori e gestori di Quora (una dozzina in tutto) vogliono mantenerlo controllabile nella loro lingua madre.

Lo scopo? Ridurre il rumore di fondo.

Il rumore, concetto analogico (ricordate l’effetto neve dei vecchi televisori mal sintonizzati?) trasportato nel digitale diventa sempre più fastidioso. E il concetto di information overload è uno dei cavalli di battaglia dei detrattori della rete. Quora pone una soluzione. O ci prova. Chissà se riuscirà nei suoi intenti. Per ora ho visto domande prevalentamente di senso e risposte piuttosto informate, è già un successo.

Vedo che la comunità italiana su questo social cresce giorno dopo giorno e l’interesse è alto. Ma riuscirà Quora a farcela in un paese come il nostro che evita l’uso delle lingue straniere anche tra gli early adopters?E, soprattutto, la nascita continua di servizi innovativi che usa l’inglese in ogni parte del mondo, non è che possa servire per stimolare e migliorare l’uso dell’inglese in Italia?

Il tema è sul tavolo, pronto per una discussione. Possibilmente ordinata, e in lingua inglese.

Trovare lavoro nel 2011: About.me segna la morte del curriculum?

Cercare lavoro nel 2011? Una delle imprese più difficili e scoraggianti possano capitare ad un under 30, almeno a sentire i dati degli istituti statistici. La crisi ha spezzato in due il sistema produttivo italiano, inutile nasconderlo. C’è chi corre inseguendo i paesi sviluppati, c’è che segue il gambero, appoggiandosi alle vecchie abitudini.

La mia esperienza personale, dopo 18 mesi di attività d’impresa, è l’esatto contrario di quella di un normale 30enne. Infatti io i curriculum (o curricola per accontentare il mio socio filologo) li ricevo, non li invio. E ne ricevo tanti.

Il problema? Troppi e troppo uguali l’uno all’altro. Non che Kuva sia abbastanza grande da aver bisogno di personale stabile, ma ricevere qualcosa che mi stupisca è una rarità assoluta. Molte persone che ci hanno scritto in questi mesi sembrano uscite da una qualche sorta di unificante villaggio dei dannati: automuniti, esperti nel pacchetto Office, ottime capacità di navigazione web. Queste sono competenze necessarie per scrivermi, non per creare valore aggiunto.

Non vorrei sembrare troppo duro, ma realista. E non è nemmeno colpa di chi li scrive così, i curriculum, per carità. Ci hanno insegnato che il curriculum europeo era utile per trovare lavoro, invece è uniforme, standard e distrugge la possibilità di distinguersi.

Bisogna guardare in faccia la realtà, con realismo e forse un po’ di cinismo. Da imprenditore a chi cerca lavoro: se vuoi collaborare con me voglio che tu risponda con chiarezza a poche domande:

1) Che cosa sai fare?

2) Mi farai guadagnare di più?

3) Recupererò tempo prezioso una volta che ti avrò formato?

Senza una risposta positiva non posso, per molte e diverse questioni, pensare ad un possibile impiego. E davvero poco importa della scuola superiore che hai frequentato o, in diversa misura, del corso di laurea. O delle millemila esperienze di stage che hai accumulato con forme più o meno gravi di sfruttamento (esperienze che ho fatto anche io, non siete soli in questo abisso).

Voglio segnalarvi un paio di servizi che, nell’anno 2011 anche in Italia, potrebbero essere utili: il famoso Linkedin e il recente e intrigante About.me.

About.me è un modo chiaro per presentarsi: un’immagine, poche righe, collegamenti alla propria vita sui social network e ai siti in grado di descriversi. Ecco il mio. E’ un po’ scarno ancora, e sto cercando di pensare alla forma migliore da adottare.

Ci sarà sicuramente chi afferma che un sistema di questo tipo magnifica l’aspetto fisico e danneggia le reali capacità della persona. Ma le considerazioni da fare sono due: la prima è che l’aspetto (e in questo non intendo la bellezza quanto la cura di sé) conta, la seconda è che pubblicizzarsi al meglio è importante, perché se lo sapete fare per voi, lo saprete fare domani per l’azienda che vi impiegherà.

Sbizzarritevi con questi sistemi innovativi e mandate una mail veloce e precisa che invogli l’head hunter di turno a perdersi tra i vostri link: studiate il piano di comunicazione 2.0 per la vostra persona.

Trovare lavoro nel 2011 non è semplice. Non basta più la stretta di mano vigorosa (che ancora aiuta a fare una buona prima impressione personale) e una manciata di competenze. Oggi serve presenza on-line, interesse, curiosità e competenze sempre più incisive. La sfida resterà sempre ardua, ma avrete qualche arma in più per non farla diventare impossibile.

A volte ritornano – con in omaggio inviti per Quora

Rieccoci qua. Ho deciso di tornare ad aggiornare questo blog dopo un lungo periodo di silenzio. Un po’ per le attività di Kuva, un po’ perché mi sembra che il mondo della comunicazione ruoti sempre attorno ai temi consueti, non ho scritto per un lungo periodo di tempo. Eppure gli stimoli di questo 2011 mi fanno dire che non si può abbandonare il campo.

C’è molto lavoro da fare, e il primo passo è forse quello di divulgare ad un pubblico non vicino alla tecnologia quelle meraviglie che la tecnologia ci regala.

Nel nostro territorio, Ferrara per chi non lo sapesse, l’innovazione è ridotta sotto diversi profili e la crisi economica sta facendo davvero male ad aziende e PA. Proprio per questo non dobbiamo mollare la spugna, restare attaccati alle consuetudini, lavorare solo su terreni conosciuti.

Sono giorni febbrili per la rete: Facebook si sta trasformando e continua a crescere, Twitter ha sempre più forza, quest’anno sarà l’anno del mobile. E quindi si torna a bloggare.

Ho avuto modo di testare qualche nuovo social, ne parleremo nei prossimi giorni; nel frattempo ve li mostro: about.me e Quora. In particolar modo quest’ultimo sembra essere il nuovo hype dell’ultima settimana: se qualcuno volesse un invito a iscriversi a questo (parrebbe) rivoluzionario social di domande e risposte, mi contatti!

Per ora saluto, e prometto aggiornamenti.

La rivoluzione (sociale) delle dirette video sul web

social_streamTitolo complesso per raccontare come stia cambiando il mondo del video on-line, specialmente quello relativo agli eventi live e alle relative dirette.

Abbiamo creduto nel video dall’inizio delle nostre avventure, ma solo negli ultimi tempi stiamo lavorando in maniera massiccia sulle dirette. Lo facciamo perché pensiamo che i tempi siano maturi e che sia in atto un grosso cambiamento nel modo di fruire del video sul web e nei comportamenti di consumo degli utenti.

La differenza la fa la socialità.

Sperimentato in prima battura da CNN, NBA, e altre sigle a stelle e strisce, il social stream di Facebook accoppiato ad un evento live sta arrivando anche in Europa. Con le elezioni inglesi, ad esempio, ITV, rete commerciale, ha sviluppato un sistema di dibattibo, diretta video, e monitoraggio dei tweet.

Ancora pensiamo che i tempi non siano maturi per usare gli hashtag di Twitter in Italia, ma tutti gli altri strumenti rendono una diretta video web davvero affascinante per qualunque tipo di evento. La possibilità di dibattere attraverso le proprie credenziali Fb, e allo stesso tempo veder rimbalzati i commenti sul proprio profilo costruisce un impianto pregiato. Da un lato arricchisce di contenuto l’evento, dall’altro aiuta a diffonderlo viralmente attraverso le reti sociali dei partecipanti.

Sviluppando una applicazione Facebook ad hoc e costruendo una semplice pagina web si può metter in moto un motore decisamente interessante.

Vi posto un paio di esempi, realizzati da Kuva.

Il primo è stato creato per un evento live di Maggio, una conferenza sui nuovi comportamenti di consumo di sostanze.

Il secondo è per un evento che deve ancora avvenire: saranno le giornate di studio di Noise From AmeriKa, blog interessante e molto seguito. Noterete che abbiamo aggiunto gli aggiornamenti Twitter: più per dar possibilità agli organizzatori di informare sulle novità che per monitorare il passaparola attorno all’evento: crediamo molto in quest’ultima possibilità ma, come dicevo, secondo noi i tempi non sono ancora maturi.

Che ne pensate? La socialità del web riuscità a sconfiggere la solitudine dello spettatore televisivo?

Il video giusto per la tua azienda

PANASONIC_AG-HPX171E’ stato detto in ogni report: il 2010 è l’anno del video. Video on-line, su mobile, su I-Phone, su I-Pad. Il momento che aspettavamo è arrivato. L’abbassarsi dei costi di produzione, la qualità sempre più alta, l’abitudine del pubblico all’immagine in movimento ha fatto sì che molte imprese decidessero di promuoversi attraverso questo strumento. Noi di Kuva abbiamo fatto del video un delle nostre attività prevalenti.

Però dobbiamo sottolineare come ci sia molta confusione in materia. Per questo comincerei oggi una piccola ricognizione che contribuisca a fare chiarezza.

Alle aziende nostre clienti descriviamo sempre tre tipologie di video: di prodotto, di processo, o identity.

Il video di prodotto

La cosa più simile allo spot a cui siamo abituati: si descrivere il prodotto/servizio che l’azienda offre, lo si mostra, magari all’opera, ne si magnificano le caratteristiche. La cosa più importante? Che il prodotto abbia una qualità verificabile. Con il web costruiamo fiducia, e la fiducia non si ottiene se non si dice la verità.

Il video di processo

Si mostra un’azienda o un comparto alla prova dei fatti: si fanno vedere i processi di lavorazione, si mostra la qualità del percorso dalle materie prime al lavorato. Abbiamo lavorato in questi mesi per il metallurgico e il tessile: i risultati sono ottimi, per la qualità delle imprese coinvolte e per la bellezza di un HD con ampia campionatura di colore. (ps. viva il DVCamPro HD di Panasonic :-) ).

Identity video

Il video di identità è quello che troviamo più promettente. E’ un video complesso, in cui, attraverso immagini, interviste agli imprenditori, ai manager, a chi fisicamente produce i prodotti e servizi dell’impresa in questione, emergono storia, valori, vision e mission.

In sostanza un video che racconti passato, presente e futuro dell’azienda. Un modo per restituire appieno ciò che rende grande il Made in Italy. E contribuisce a costruire il legame fiduciario con i propri clienti o gli aspiranti tali.

Nei prossimi giorni approfondiremo ogni singolo aspetto e vedremo esempi concreti. Nell’attesa, buon video on-line a tutti!

Una campagna elettorale 2.0 ai raggi X

26145_323563513058_309617343058_3628927_3854537_nCome alcuni di voi sapranno, nel mese di Marzo Kuva ha gestito la comunicazione per Anna Chiappini, candidata al consiglio regionale dell’Emilia-Romagna per le elezioni 2010.

Grazie alla disponibilità estrema della candidata siamo stati in grado di costruire una campagna che giudichiamo piuttosto innovativa e che ha dato risultati decisamente soddisfacenti. Non sottovalutiamo certo il lavoro del Partito di appartenenza nella raccolta delle preferenze: qualunque esperto di comunicazione sa che in quel settore la mobilitazione porta a porta è più che fondamentale.

Il profilo di Anna ci favoriva: insegnante in un liceo ferrarese, inserita in diversi mondi della città e spontaneamente portata alla comunicazione.

Siamo partiti dalla tradizione: slogan, manifesto, pieghevole programmatico e “santino” con fac-simile di scheda. La distribuzione del materiale è stata affidata a volontari mentre abbiamo realizzato 2 inserzioni sui quotidiani locali e cinquanta passaggi sulla tv locale di questo spot:

Ma l’aspetto principale sul quale voglio portare l’attenzione è la campagna 2.0:

Siamo partiti da un blog basato su wordpress, collegato in automatico ad un account Twitter e a quello che abbiamo considerato il vero cuore della campagna: la Fan Page su Facebook. Per questa abbiamo costruito una landing page che collegasse tutti i diversi elementi della campagna on-line. Una rapida occhiata in bacheca vi mostrerà l’ottima quantità e qualità delle conversazioni che si sono generate. Per aiutare questo processo (avevamo solo un mese di tempo prima delle elezioni) abbiamo fatto un piano di inserzioni su Facebook, profilato ad hoc, di 10 giorni (al costo di un quarto di pagina su un quotidiano locale).

In più abbiamo dato ad Anna la possibilità di comunicare con il proprio elettorato attraverso il video ed un canale Youtube, che naturalmente è stato promosso in maniera trasversale.

Il risultato? Sulla Provincia di Ferrara 4.579 preferenze, seconda di lista, mentre nel Comune di Ferrara 3.357, numero che le ha garantito il primato assoluto.

Ripeto, gran parte delle preferenze in una elezione come questa sono portate dai partiti e dai candidati stessi, quindi non c’è nessuna volontà di sovrastimare il contributo di Kuva. C’è piuttosto la volontà di condividere un approccio alla comunicazione politica che consideriamo compiutamente moderno e, tutto sommato, economico.

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